Trentatré anni fa. Quattro aprile 1992. Ricorre oggi l’anniversario dell’omicidio di Giuliano Guazzelli, il mastino che faceva paura alla mafia. L’inizio della fine della brillante vita e carriera del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, toscanaccio della provincia di Lucca ma trapiantato nell’agrigentino – a Menfi – già a partire dal 1954, risale al 2 aprile 1992. Due giorni prima del suo massacro. A Monserrato, quartiere satellite di Agrigento a confine con Porto Empedocle, viene rubato un furgone bianco con strisce azzurre targato Ag 341919. Sembrerebbe un banalissimo furto, uno di quelli come tanti ne avvengono soprattutto nei quartieri di periferia. Non sarà così. Perché quello appena rubato è l’ultima cosa che il maresciallo, insieme al volto dei suoi killer, vedrà. Sono appena passate le tredici del 4 aprile 1992.
E’ sabato, le strade sono semi-deserte così come gli uffici, i negozi della via Atenea. Anche il Tribunale di Agrigento (allora situato proprio in fondo al salotto buono della Città) è quasi vuoto. Al primo piano Guazzelli – a capo della polizia giudiziaria – sistema le ultime cose prima di mettersi a bordo della sua Fiat Ritmo color verde, destinazione Menfi (non prima di un ultimo giro veloce in Caserma) dove ad attenderlo c’è la moglie. Ma quel giorno il maresciallo non è solo per le vie di Agrigento. Qualcuno lo sta pedinando a bordo di un motorino, segue i suoi movimenti e li comunica. Stesso percorso di sempre: Tribunale, passaggio rapido in Caserma per poi riprendere la marcia dalla via Gioeni, salendo per la “Standa” e proseguire verso il Ponte Morandi. Proprio al bivio che porta al quartiere di Monserrato riecco apparire quel furgone rubato nello stesso borgo appena quarantotto ore prima: il portellone posteriore del mezzo si apre ed una pioggia di fuoco travolge il maresciallo. Quattordici colpi sul cofano, nove fori sui vetri, il finestrino di destra disintegrato, il viso del maresciallo portato via dal piombo.
Lo Stato deve e vuole reagire immediatamente, e lo fa, (sbagliando) seguendo le indicazioni di un discutibile pentito: otto mesi dopo l’esecuzione del maresciallo Guazzelli scatta l’operazione “Mastino” che porta all’arresto di quattro “picciotti stiddari” di Palma di Montechiaro indicati come esecutori materiali del “delittazzo” (e condannati all’ergastolo poi annullato). Ci vorrà Alfonso Falzone (pentito dopo esser rimasto ferito in un agguato alla trattoria “Lo Zingaro” del Villaggio Mosè), uno dei killer più freddi e spietati della cosca di Porto Empedocle, a riscrivere la verità di quegli attimi: per l’omicidio sono state inflitte sei condanne definitive al carcere a vita. All’ergastolo sono finiti Salvatore Fragapane, Joseph Focoso, Simone Capizzi, Salvatore Castronovo, Giuseppe Fanara e Gerlandino Messina. Per leggere la storia di Giuliano Guazzelli, il “mastino”, bisogna prendere una boccata d’aria e poi buttare tutto giù in un fiato: dalle indagini sui corleonesi al fianco del colonnello Giuseppe Russo e al maresciallo Vito Jevolella fino all’operazione Santa Barbara, la prima vera offensiva contro la mafia in provincia di Agrigento, passando per la storica collaborazione con la giustizia di Benedetta Bono (“Ninetta scendi che dobbiamo parlare”) amante del boss Carmelo Colletti.
In provincia di Agrigento Guazzelli divenne un simbolo. Sapeva dove mettere le mani, capiva tutto al volo. Era un toscano che ragionava con la mente di un siciliano. Per questo era sempre davanti a tutti. Le sue indagini molto spesso non avevano nulla di formale. Indagava a modo suo. Parlava con tutti, buoni e cattivi, e poi redigeva relazioni di servizio che diventavano inchieste. Memorabile quella che portò al ritrovamento del cadavere del boss Carmelo Salemi, lustri dopo la sua scomparsa. Era stato seppellito con tutta la sua auto nelle campagne di Raffadali. Erano anni in cui imperversava la guerra di mafia che aveva avuto tra i protagonisti Carmelo Colletti, poi ucciso, e l’inafferrabile killer dalle due pistole, Lillo Lauria. Preistoria mafiosa in una terra che lezioni di mafia non accetta da alcuno. A Palma di Montechiaro fu comandante della stazione per lungo tempo. Erano gli anni dell’espansione del gruppo criminale dei Ribisi ma al comando della mafia locale c’era Salvatore Di Vincenzo detto “Totu nasu”. Uno dei pochissimi boss di Palma morto nel suo letto. Di vecchiaia. Ma al suo successore, il rampante genero Calogero Sambito non venne dato il tempo di completare la scalata ai vertici mafiosi provinciali. Assassinato sotto casa. Cominciò da quel delitto, siamo nel 1985, la sanguinosa guerra tra Stidda e Cosa nostra che ebbe pochi anni dopo il massimo effetto con decine e decine di delitti. Anche a Palma finì nel mirino delle cosche. Siamo negli anni 70. E l’allora colonnello dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, informato delle minacce, si recò a Palma di Montechiaro prese Guazzelli sotto braccio, e fece una passeggiata ostentata lungo il corso principale. Li videro tutti in paese Guazzelli e Dalla Chiesa a braccetto. Ed il messaggio venne recepito. Qualcuno, nel corso degli anni, ha provato anche a scalfire l’immagine e la memoria di questo splendido esempio. Ma fortunatamente, anche grazie alla silenziosa battaglia portata avanti da semplici uomini, tutto ciò non è avvenuto. Grandangolo, anche oggi, lo ricorda con affetto e rabbia.